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Ecco i video delle prove dello spettacolo teatrale (realizzati in modo piuttosto artigianali, ma tant’è)
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Il villaggio dei nani
L’importante è che la morte ci colga vivi – Marcello Marchesi
Mia moglie mi ha lasciato. Sì! Due mesi fa, e non si è più presentata a casa. Mi ha lasciato un biglietto: “Vado perché con te non esiste futuro”. Tutto qui. Balle! Ho saputo tempo dopo che se ne era andata con un ballerino di salsa, soprannome Raul Herrera di Cervere, ridente paesino della provincia di Cuneo. Via, sparita, volatilizzata. E poi, diciamocelo, almeno si fosse invaghita di un ballerino originale, made in caraibi, dalla pelle coloro mogano e non di una specie di munsù piemontese il cui vero nome è Battista Longo, con un accento langarolo da spalmarti al muro e un’incipiente calvizie da nascondere con il riporto. A volte ci vorrebbe più buon gusto, più classe, ma tant’è! In eredità mi ha lasciato due figli: Matteo, anni 15, abbastanza folkloristico e Marta, 17 anni, di molto tamarra. E che ci faccio io con due figli a cui badare?! Io ho sempre fatto il padre pro-forma, come tutti gli altri padri che io conosco. Non so cucinare, fare il bucato, stirare, fare la spesa se non con un bigliettino dettagliato tra le mani. Se devo improvvisare impazzisco. Ah si, non mi sono presentato: mi chiamo Luca Tebaldi, ho 41 anni e faccio l’architetto. Punto!
Arrivo a casa la sera e inizia il vero lavoro. In ufficio ormai vado solo più per riposarmi. Ora come se non bastasse ho cominciato a redarre un diario così come mi ha consigliato il mio psicoanalista. Perché ora, come se non fossi nella merda a sufficienza, ho pure uno strizzacervelli. Io che tutto avrei pensato fuorché un giorno dover essere assistito da una guida, un timoniere… Ora ho pure un diario su cui appuntare tutto. Sembro un quindicenne alle prime cotte, ma il mio dottore dice che mi servirà…
Sabato 13 maggio 2010, ore 12
“Papà, papà, oggi ci vieni a vedere la mia partita. Minchia giochiamo contro i primi in classifica” mi ha detto Matteo con quel tono gutturale che contraddistingue buona parte dei quindicenni di questo tempo. Il “minchia” invece è un’impronta indelebile per dare peso al periodo. Senza il minchia il discorso assume toni volubili, con presuppone l’importanza delle parole.
Accetto. Alle 12,25 siamo nel parcheggio del campo. Cinque minuti dopo sono al bar. I ragazzi entrano negli spogliatoi e far arrivare l’orario del fischio d’inizio è ancora lunga.
E sono proprio quelli i momenti in cui ti accorgi che non sai proprio fare il padre. Lo capisci quando al bar incontri gli altri genitori. Li senti parlare, li senti argomentare teorie sull’educazione, sulla morale. Li senti e rimani spiazzato, quasi inebetito.
“Ma sìììììì, lo sport non è altro che l’anticamera della vita. Vincere o perdere una partita è cosa secondaria. Imparare a restare all’interno di un gruppo invece è la propedeutica di ciò che incontrerai quando sarai diventato adulto…” dice la mamma di Paoli. Parla come Edith Stein, ma a differenza della beata Edith, lei la da via con la fionda.
“Giusto, io lo dico sempre a mio figlio: rispetta l’avversario e dai il meglio di te stesso. Una volta che avrai dato il massimo sarai a posto con la coscienza” le fa eco Mario Pesce, un commerciante di frutta e verdura della periferia.
Io rimango basito, fingo di leggere il giornale, mi estraneo.
“Architetto, che piaaaaaaaacere vederla. Anche lei oggi per vedere i nostri ragazzi” mi smaschera Arpini, laido figuro dall’oscuro passato e dall’ancor meno trasparente presente.
Mi limito a buttare lì un “sì, oggi ci sono anche io” e spargo sorrisi a salve a tutti gli altri.
“Vedrà architetto, oggi i nostri ragazzi ci daranno delle grosse soddisfazioni, me lo sento!” incalza ancora l’Arpini.
Usciamo.
I ragazzi sono sul campo per il riscaldamento pre-partita. Qui le cose cambiano. Ognuno prende il proprio posto. I padri, tutti noti conoscitori del calcio, si avvicinano al campo e cominciano a studiare la partita. Le madri rimangono in posizioni defilate.
Io di calcio non me ne intendo. O meglio, lo guardo a volte e mi piace vedere quelle squadre che giocano all’attacco. Ho anche una squadra del cuore: il Catania.
Mio figlio ha il numero 2 sulle spalle. Mi è sempre piaciuto il numero 2. Non so come mai, non ricordo nessuno, a parte Claudio Gentile del mondiale 1982, vestire quel numero. Mi affascina il ruolo: terzino destro. I terzini destri non sono mai belli da vedere, non diventano uomini copertina, non fanno gol e non sposano la velina più bella. Ma sono l’argine, lo steccato, il fossato che l’avversario deve superare per fare gol. Non sono marcantoni come i difensori centrali, grandi e grossi, ma fondamentalmente buoni. I terzini sono stronzi, nel vero senso della parola. Ti svitano una gamba e poi ti guardano come per dirti: “tirati su che non ti ho nemmeno toccato”. Non salgono in attacco, ma rimangono baluardi della propria bandiera, non si mischiano con i signorini delle posizioni avanzate, ma vivono con grande dignità quella piccola zona di periferia che devono mantenere inviolata.
Anche gli avversari escono adesso dagli spogliatoi. Sono i primi in classifica e si vede. Disciplinati, belli! Hanno magliette quasi attillate, color rosso, spaventano al solo sguardo. I nostri sono più rustici: maglia color verde pallido fuori dai pantaloncini blu, calzettoni neri. Colori che visti così non si sputano in faccia.
“Architetto, siamo una bella squadra, vero?!” attacca di nuovo Arpini.
“Sì sì, vedo…”
“Peccato però per l’allenatore, il mister”
Lo guardo stupito. “Cos’ha che non va l’allenatore?!” Chiedo pentendomene immediatamente.
E lì capisco che i filosofi della mezzora precedente non sono altro che inguaribili ciarlatani
“Vede dottor Tebaldi, la nostra squadra mantiene un modulo troppo ancelottiano: giochiamo solo con due mediani e gli esterni non salgono mai. In mezzo al campo non diamo superiorità e la mezza punta non da necessaria assistenza agli attaccanti che oltretutto incrociano troppo poco!” mi spara lì uno che non riconosco.
“Vero! Dovremmo giocare come Mourinho. Esterni veloci che salgono, un solo mediano, tre mezze punte e un attaccante che porti su la squadra. Incrociare e accorciare sempre sul possesso avversario. Sto allenatore che abbiamo non capisce un cazzo…” rincara la dose il geometra Nicotra.
Annuisco senza convincerli. Mi cadono le braccia.
Inizia la partita.
I primi cinque minuti si giocano in un silenzio quasi irreale. Si ode talvolta solo i suggerimenti dei mister dalla panchina. L’allenatore avversario è un giovane atletico che limita i propri consigli a qualche parola ben scandita. Il nostro mister è un po’ più folcloristico e condisce i suggerimenti con qualche imprecazione in chiaro dialetto partenopeo. Loro sono una gran bella squadra, noi ci mettiamo il cuore.
Al 9′ subiamo gol. Bello, bisogna ammetterlo. Da questo momento cambia tutto. I padri, subita l’onta del gol sul groppone si ribellano. Le madri cominciano a cercare colpevoli. Io mi vergogno.
Il silenzio è ferito da un urlo di Arpini: “dai, dai, fuori le palle, svegliaaaaaaaaaaa! Sali, vai su, incrocia, cambia, batti, sali, scendi, torna, toooooooorna, fai fallo, fai faaaaaaaalloooo, cazzo!!!!” Questo è il gergo che si sente su ogni campo di calcio. Tutti i padri conoscono questo slang, anche se effettivamente non ne concepiscono il vero significato. Ma parlare così li autorizza ad urlare. E infatti urlano.
“Vede architetto, veeeeeede. E’ esattamente quello che le dicevo prima. Non incrociano!!!”
Ora cominciano pure le madri. La prerogativa delle mamme non è quella di urlare consigli, inveire contro il fato, pugnare contro il nemico. No, loro hanno uno e un solo obiettivo: l’arbitro! Io l’ho capito ormai da tempo e posso asserire con una certa sicurezza, che le mogli vedono nelle decisioni dell’arbitro tutte le nefandezze compiute dai loro mariti nel corso degli anni.
Si parte leggeri: “Arbitro mettiti gli occhiali” Qui non ci sono implicazioni familiari, tanto per non dare subito nell’occhio.
“Arbitro cornuto!!!” ecco un’offesa già più importante. In tutte le partite, dal settore giovanile alla finale di champions league, ad un certo punto c’è una mamma che urla la fatidica frase. I mariti non capiscono, ma dovrebbero preoccuparsi.
“Arbitro, io non so chi tu sei, ma so cosa faceva tua madre” altro classico del repertorio femminile. Qui l’invettiva contro la suocera è evidente.
Poi verso la fine della partita, nell’orgasmo del tifo, c’è spesso una signora che schiumando di rabbia repressa, spara inconsapevole la frase che fa cadere tutto: “Arbitro, mai che mi regali un mazzo di fiori!” Tutti si girano verso di lei, che rossa di vergogna se ne va singhiozzando.
Poi l’arbitro fischia tre volte. Risultato finale: loro 3 – noi 1.Giusto! Loro più bravi, più organizzati, più squadra insomma. I nostri ragazzi si sono battuti con onore, con grinta.
Faccio i complimenti sia ai loro che ai nostri. Sono l’unico!
“Architetto, ha visto?! E’ uno scandaloooo! C’era fuorigioco sul primo gol loro, non ci ha dato non uno, ma ben duuuue rigori!!! E poi parlano della violenza nel calcio!!!” strilla Arpini con le due dita della mano destra ancora tese. E’ paonazzo, mi fa un po’ paura. Cerco di calmarlo, ma non vuole sentire ragioni. Il clima si fa arroventato: si sentono tutti derubati di qualcosa. E’ lo sport nazionale: se si perde, la colpa è di qualcun altro. La butto un po’ in filosofia: “Va bene, dai. E’ una partita, i nostri ragazzi si sono comunque ben comportati”. Le mie parole scatenano invece la reazione contraria.
“Architetto, non è questo il discorso. Questo è un fatto di giustizia!” spara inviperita la signora Paoli.
“E’stato l’arbitro a farcela perdere” rincara la dose un’altra donna che per via dell’età identifico come la nonna di qualche ragazzo.
Tutti annuiscono a queste parole. Sono in netta minoranza, mi dileguo silenzioso.
Lunedì 15 maggio 2010 – ore 15
La partita di due giorni fa mi ha lasciato un segno. No, non per il risultato, per l’epilogo. Tutti ci sentiamo vittime di un abuso, di un’ingiustizia, di una vessazione. E’ questo lo sport nazionale del Bel Paese negli ultimi 20 anni. Il calcio non è altro che la sublimazione. Ma anche nel lavoro, nella società, in famiglia ci sentiamo delle vittime di un livello superiore. Siamo vittime di un oscuro disegno posto sopra la nostra testa. Mio figlio Matteo a scuola va così così. Studia lo stretto necessario per il sei. Punto. Oggi siamo stati convocati per l’ordinario incontro professori-genitori del secondo quadrimestre. La professoressa d’italiano è la prima con cui mi relaziono. Poche parole: “Matteo è un ragazzo d’intelligenza ricettiva, ma studia poco. Nonostante ciò è ampiamente sopra il sei”. Tutto qui. Quella di matematica mi dice che è sul 5, ma pensa che possa recuperare. Quella d’inglese è soddisfatta nonostante il ragazzo si esprima in un inglese slang tipo videogioco, La Ganci di francese gli ha messo sei stiracchiato nonostante il ragazzo sia ancora molto distante dal francese parlato da Flaubert. In 20 minuti ho fatto tutto. Finito. Mi siedo e aspetto che inizi lo spettacolo. Perché di questo si tratta. Ed ecco che di lì a poco arriva la carnefice: la signora Maderno. La professoressa d’italiano la vede e sbianca. E’ il terrore del consiglio docente. Piccola, ricrescita grigia su tinta nero corvino. Abbondante per non dire grassa, gambe storte con polpacci stile Schnellinger a Messico 70, accento indefinito di una zona che potrebbe essere tanto la Basilicata, quanto la Calabria. Già al saluto fa capire che questa volta la battaglia sarà aspra. Con lei c’è pure la figlia, Jennifer, che è l’immagine della madre 30 anni prima. Ma con meno fascino. La piccola è un concentrato di ignoranza atavica mista ad apatia galoppante. Ma per la madre lei è Rita Levi Montalcini o Maria Mayer se solo sapesse chi cavolo era. La prof dopo i saluti ti rito parte con la valutazione della figlia che non fa onore alla giovine. La madre ascolta con crescente nervosismo e poi esplode in un fragore che va raccontato: “Professoressa Monti, la sua autorità scolastica non le da l’autorizzazione per poter offendere mia figlia. Ha capito???!!!”
L’altra prova a spiegare che non voleva offendere nessuno infatti si è limitata a dire che la ragazza ha un profitto scadente, anche se sarebbe stato più giusto accostarla ad una capra della Birmania.
Ma la Maderno la incalza. “Professoressa Monti, lei dice che mia figlia non comprende le basi della letteratura del cinquecento, ma chi cavolo pensa più a Boiato (Boiardo, ndr), a Acchiosto (Ariosto, ndr) e a Trasso (Tasso, ndr)???!!! La vita non è quella lì, la vita sta la fuooori!!!!”
Spara tutto di un fiato la madre. E qui la Monti si rivela il mio mito. Prende fiato, non si scompone, tiene gli occhi fissi sull’aggressore. Poi con calma: “Gentile Signora Maderno, io faccio il mio mestiere. Il mio mestiere è anche quello di insegnare le “boiate” del cinquecento italiano. Il mio programma dovrebbe far comprendere ai miei studenti che anche imparando il Boiardo, l’Ariosto e il Tasso, una volta la fuori potranno integrarsi meglio nella vita quotidiana!”
Mi viene da applaudire. Ma la Maderno non s’arrende e calca la mano: “Mia figlia non ha bisogno delle sue lezioni per imparare a vivere. Per quello ci siamo già io e mio marito!!!”
Rimango basito. La cosa peggiore è che gli astanti sembrano annuire alle parole della barbara madre. La Monti abbassa gli occhi e mi pare che scuota pure la testa. La disfida è terminata, io me ne vado.
Io tutte le volte che vedo queste scenate alla fine ci rimango male. Sono figlio di un professore, uno di quegli insegnanti che hanno intrapreso questa carriera per vocazione. Un sacerdote del sapere. Ora è tutto cambiato, tutto si rivolta: non so più a chi credere, di chi fidarmi. Mi metto nei panni di un ragazzo dell’età dei miei figli e mi chiedo: da chi dissetarmi, chi eleggere mio mentore? Di chi la colpa di queste generazioni, di questa arsura della società? Dei figli forse? No, non ci credo, che cavolo ne può sapere un ragazzo di 15 anni se non prendere a prestito ciò che eredita dai grandi. Come fai a combattere una guerra contro la signora Maderno e tutte quelle come lei? Come puoi cambiare le cose se non esistono più dei termini di grandezza, dei traguardi? Crescono ragazzi che sputano la loro rabbia contro un nemico che poi si scopre essere il miglior alleato. La signora Maderno è esattamente boia e compare della propria figlia. Non le instilla dentro la scintilla del dubbio che potrebbe salvarla. Non da gli strumenti, lei per prima, che serviranno alla propria ragazza per ritagliarsi uno spazio autonomo nella vita di domani. No, perché per loro come unico scudo c’è la madre, il padre, la famiglia insomma, che credono essere la sola salvezza che può avere un ragazzo nella selva della vita la fuori. No, caro amico dai fogli scarabocchiati, io non ci sto. Non mi prendo, ne sarei in grado di assumermi una responsabilità tanto grande, cioè quella di insegnare tutto ai miei figli. Sarei un ipocrita, un irresponsabile e sopratutto un presuntuoso oracolo di una vita che ha bisogno di costruirsele le certezze, non di comprarle già imbustate come quelle insalate da supermercato che sanno di plastica.
Domenica 16 maggio 2010 ore 15
Scrivo ora una storia che è iniziata due settimane fa.
Glielo avevo promesso a tutti e due i miei figli: quella domenica saremmo andati al centro commerciale. Sì, caro diario, uno di quei posti in cui tu entri per comprare un chilo di pane e 2 etti di prosciutto cotto ed esci con un TV al plasma 40”, un pc con monitor LCD, un paio di sci anche se è luglio, un forno a microonde marca Shiunhuan e tutta la collezione dei New Trolls a 12.90. Poi esci e ti accorgi di esserti dimenticato il tuo cazzo di pane con il prosciutto!
Una marea di gente solca i corridoi dell’edificio. Comincia a fare caldo e l’aria condizionata riproduce il clima di Cervinia di fine ottobre. Mi accorgo che esiste anche una divisa da centro commerciale: T-shirt possibilmente spiritosa su pinocchietti color beige e scarpe da ginnastica bianche o color panna. Io sono con i pantaloni lunghi e mi sento parecchio a disagio. I negozi sono colmi di gente che prova e riprova capi di abbigliamento che poi non acquisterà. Offerte e promozioni campeggiano Sulle vetrine. Sconti fino all’80%, compri uno e prendi tre. Matteo mi ha già detto che a lui interessa solo il reparto informatica e videogiochi. Marta entra ed esce da tutti i negozi con l’aria annoiata di chi quella roba l’ha già vista mille volte. Io mi guardo un po’ perplesso intorno e penso che con una giornata così bella tutto avrei voluto fare tranne che venirmi a rinchiudere in un centro commerciale. Sono in netta minoranza.
“Paaaaaaaaapà, vieni entriamo qui” ordina il piccolo. Ecco cosa cercava il teppista. Un negozio con musica a palla e decine di ragazzotti che si sfidano ai videogiochi in prova. Migliaia di titoli sugli scaffali, console e joystick. Sa che mi tiene in pugno, sa che questa volta qualcosa porterà a casa e quindi valuta con oculatezza. Passa da uno scaffale all’altro con la leggiadria di un camoscio. Guarda, prova, pondera.
“Papà, questa voglio!” mi dice indicandomi una scatola colorata.
“Cos’è?” chiedo timido.
“Come cos’è papà!? E’ la play 3, minkia papà, una bomba!!!”
Io ero fermo all’Intellivision della Mattel, una console del 1980 che era un cult della mia generazione. Ai miei figli non l’ho mai detto, ma ci ho passato l’adolescenza su quei giochi.
“Me la compri?” mi chiede con gli occhi del micio affamato.
Gran figlio di buona donna – penso – lo stronzetto sa che non posso dirgli di no.
“Dai papà, dai daaaaaiiiii!!!”
Cedo! Usciamo con la playstation, 2 videogiochi e 4 joystick, “così giochiamo insieme” mi dice, ma so che quell’arnese allieterà i pomeriggi suoi e di qualche amichetto.
Marta continua ad essere annoiata, le chiedo se ha visto qualcosa che le piace, ma la risposta è: “no qui ci sono robe solo per sfigati” e continua a masticare di sbieco la sua gomma americana.
Appena tornati a casa, Matteo inizia ad armeggiare con il nuovo regalo. E’ felice come un bambino e io, anche se non lo dovrei dire, sono felice tanto quanto lui. Non è bello avere il rispetto dei propri figli con il vile denaro, ma per prendere tempo va bene.
“Papà, facciamo una sfida a calcio?”
Caro diario, io qui devo fare una digressione. Io sono un competitivo e non mi piace perdere. Mai! Ai videogiochi, come ho già detto prima, ho passato le giornate sane. Ero pure bravo, tanto che alla sala giochi di via Italia, negli anni 1981-1983 ero considerato un asso. E’ vero che i giochi sono cambiati, ora sembra di entrare in un film tanto sono curati, ma la manualità è la stessa. La destrezza con i joystick o ce l’hai o non ce l’hai. E’ come andare in bicicletta: impari per bene da bambino e poi ti servirà tutta la vita. Accetto spavaldo la sfida.
“Io prendo il Manchester United, tu?” mi chiede davanti alla schermata della scelta delle squadre. Io gigioneggio, valuto le candidate, poi sparo a bruciapelo: “Io prendo il Livorno!” detto con un orgoglio grande così.
Mio figlio mi guarda perplesso, mia figlia, che non vista si era appostata dietro la poltrona pronta a godersi lo spettacolo, scoppia in una risata scomposta.
“Papà, il Livorno? Ahaha, guarda che forse c’è pure la Pro Vercelli oppure il Pizzighettone” si scompisciano i due.
Guardo Matteo negli occhi: “Io prendo il Livorno. Gioca!!!”
“Come vuoi, ma se ne prendi 6 non lamentarti poi”
Mi concentro. Non posso, non devo perdere. Ne va dell’autorevolezza di un padre. Non posso mollare ora.
Iniziamo. Devo prendere un po’ dimestichezza con il mezzo. Il teppista sembra non aver fatto altro negli ultimi anni e probabilmente è pure la verità. Muove ‘sto controller come se avesse 25 dita; conosce i trucchi, i segreti. Io pare che abbia a che fare con una pietra di Po tra le mani tanto sono rigido. Tuttavia i primi 5 minuti li passo indenne. Rooney colpisce un palo e sbaglia un gol fatto. Il Livorno non passa mai la metà campo. Comincio a sudare. Lui si diverte. Al 10′ del primo tempo prendo gol. I suoi giocatori si muovono al triplo della velocità dei miei, ma non posso lamentarmi: sono io che ho scelto il Livorno! Si profila una Caporetto, alla fine del primo tempo sono sotto 4-0. Mi salva mia figlia che all’intervallo chiede di prendere il mio posto. Io esco dalla stanza fingendo indifferenza, ma ne sono rimasto ferito. E progetto la rivincita.
Sì caro diario, la rivincita. Non ci dovrebbe essere competizione tra padre e figlio, ma ognuno di noi ha un proprio orgoglio, una dignità. Non penso di sbagliare troppo se cerco di prendermi una rivincita, nel rispetto delle regole, con mio figlio. A volte penso che per tanti versi la differenza tra i ragazzi di 15 anni come mio figlio e la mia generazione sia solo un questione di grigiore tra i capelli e nulla più. Anche noi quarantenni siamo una generazione di bambini che senza sapere come e perché siamo diventati uomini. Con questa teoria inizio il progetto di rivincita per cui in ogni momento che posso, senza dare troppo nell’occhio, comincio gli allenamenti. Dieci, cento partite sempre con il mio inseparabile Livorno. I miei figli sono dalla nonna per quel week end. Cancello ogni appuntamento. Ho una missione da portare a termine. Al terzo giorno di intenso allenamento comincio a vedere i primi frutti. Al livello 5 vinco con una certa regolarità. Passo al livello successivo, quello estremo. Le prime partite sono un disastro, poi mano mano prendo il sopravvento. Statistiche alla mano: al Livorno vanno 5 scudetti, 4 Champions League, Lucarelli capocannonerie con 38 gol di media e Tavano miglior assistman. Ho passato 9 giorni di intensi allenamenti, ma ora mi sento pronto.
“Matteo, una sfida alla play?” chiedo sibillino quella sera stessa a mio figlio. Lui mi guarda perplesso, poi accetta. Sghignazzo pensando cosa gli aspetta. Playstation accesa, faccio per inserire il gioco, ma mio figlio mi ferma: “No papaaà, basta con ‘sto calcio che ormai è vecchio. Giochiamo al tennis che è veraaaaaaaaaaamente figo!!!”
Mi cadono le braccia. Provo ad insistere sul calcio ma non c’è niente da fare. Il DVD del tennis è già nella console. Mi viene da piangere. Ore di allenamento buttate nella cloaca maxima. Cerco di non buttarmi giù del tutto “E’ un altro gioco, lo so, ma ormai ho un allenamento che batterei chiunque a qualunque gioco”, provo a convincermi.
“Papà, io prendo Nadal, tu chi prendi?”
Lo guardo con odio, poi mi concentro sui papabili. Alla fine lo trovo: “ Io prendo Barazzuti!!!” sparo con finta convinzione. Lui mi guarda e scoppia a ridere. Io lo guardo e gli farei andare giù i denti. Inizia la partita e capisco molte cose. Primo set, Nadal facile 6-0. Sul 3-0 e 40 a 15 del secondo set per mio figlio, fingo uno stiramento e mi ritiro. Lui mi guarda andare via zoppicando e per una volta non riesce a deridermi, ma incomincia a preoccuparsi.
Martedì 18 maggio ore 13,30
Caro diario oggi non sono andato al lavoro. Ho chiamato il mio collaboratore Alfredo inventandogli una balla qualsiasi. Era un po’ di tempo che volevo cucinare qualcosa di particolare per i miei figli. Ecchecavolo, ho pensato, tutti sanno fare qualcosa in cucina, solo io sono impedito così?! Mia moglie ricordo che aveva fatto la collezione del Corriere della Sera dei ricettari divisi per regione. Sfoglio i vari volumi. Decido infine. Menu: spaghetti all’abruzzese, trota ai sapori alpini e torta di cioccolato e nocciole. Alle nove e trenta del mattino sono già dal droghiere: salvia, rosmarino, timo, prezzemolo e maggiorana, della quale fino ad allora non ne conoscevo l’esistenza. Poi via dal salumiere per il pecorino, quello di Beppe, il formaggio più buono della città. Pescivendolo, tre trote tre salmonate che sembrano parlare tanto sono belle. E care: 16€. Minkia lo dico io stavolta. Supermercato infine per il resto. Eh sì caro diario, al supermercato mia madre mi ha sempre insegnato che si comprano le cose quotidiane, per le cose “speciali” esistono ancora gli artigiani che ti vendono i cibi genuini, fatti in casa, quelli senza “i veleni”, come dice sempre lei. A parer mio ci marciano sopra e anche parecchio. Ma tant’è..
Sono emozionato quando, rientrato a casa, tiro fuori tutto e mi preparo. I problemi incominciano praticamente subito. I ricettari sono ben fatti, per carità, ma sono scritti per chi almeno una volta nella vita ha provato a spadellare. Danno per scontato anche le cose che per me sono simili al quarto mistero di Fatima. Primo: quali cazzo di pentole usare? Che differenza intercorre tra una casseruola e una pentola? Improvviso. E sbaglio! Mi accorgo troppo tardi che sto cercando di friggere in una pentola che a naso sarebbe potuta servire per fare la conserva. Forse coniugo in Dio, ma non mollo. Secondo: quanto tempo ci vuole a soffriggere? A portare in ebollizione? Quando salare, scolare, mettere olio, parmigiano, pecorino? Sono alla resa mistica, mi appello alla divina provvidenza. Dopo 20 minuti mi ritrovo per le mani un soffritto che sembra l’acqua sporca delle fogne di Bombay. In compenso le trote hanno l’aspetto di una poltiglia scolorita, come se qualcuno le avesse pescate con le mine antiuomo. La cucina è imbrattata ovunque, c’è merda fino in corridoio. Porca puttana, caro diario, prendo tutto e butto nel cestino. Mi concentro sulla torta. Alla fine ciò che fa più contenti i ragazzi sono i dolci, mi convinco.
Okkei: sbatto il burro con lo zucchero, aggiungo farina, uovo e lievito. Fatto! Stendo la pasta, metto le nocciole, infine aggiungo il cioccolato fuso e metto il tutto in forno a 180 gradi. Paro paro a cosa c’è scritto nella ricetta. Non rimane che aspettare.
I miei figli arrivano con una fame da cinghiale. Improvviso con qualche scatoletta e un piatto freddo, ma dichiaro che a breve avranno una sorpresa di quelle da far tremare le vene e i polsi. Mi guardano straniti. “Driiiiin Driiiiiin”, il forno suona. Parto a razzo verso la cucina, mi batte il cuore. Qui succede quello che nessuno uomo vorrebbe mai vedere nella propria vita: una volta tirato fuori il tutto mi accorgo di una cosa spaventosa. La torta mi guarda! Sì hai capito caro diario, pulsa di vita propria. Mi guarda e mi parla.
“Bravo, bella merda che hai fatto!” dice.
Rimango basito
“Ora mangiami se ne hai il coraggio!” mi sfida.
Ha la consistenza di una medusa. Ma di color ocra.
“Che aspetti. Mangiami. Stronzo!”
Non aspetto oltre e la finisco a coltellate. Poi faccio sparire il corpo del reato direttamente nella pattumiera. Quando i miei figli si vedono recapitare una di quelle coppette con la panna sopra e il cioccolato gelatinoso sotto, rimangono interdetti.
“Non rompete i coglioni!!!” urlo inviperito mentre mi avvio nel cesso.
Mercoledì 19 maggio ore 17,00
“Buongiorno dottore”
“Buongiorno signor Tebaldi, come va?”
“Bene, direi bene” butto lì, ma mi verrebbe voglia di dire: “va di merda!”
Mi sdraio sulla chaise longue e comincio la mia settimanale elucubrazione.
“Dottore, ormai ci troviamo in un tutti contro tutti. Gli imprenditori danno colpe ai dipensenti che a loro volta danno colpe alla società, la quale non sapendo chi cavolo incolpare se la prende col fato. L’unica costante che accomuna tutti è la paura. Abbiamo paura di tutto e di tutti. Il più grande business del XXI secolo è la paura. Quello è extracomunitario, è rosso, giallo, blu, viola. E’ gay, è comunista, fascista. Gli unici che non ci fanno mai paura sono gli stronzi e i disonesti. Anzi, sono proprio questi ultimi che ci instillano il seme della fiducia. Ma sono pure gli stessi che lucrano con la paura, col terrore che qualcuno possa venire di notte a pestare nel nostro piccolo giardino. Siamo in un mondo globalizzato, in cui possiamo raggiungere ogni capo del mondo con facilità irrisoria, connetterci con un semplice clic con ogni essere umano presente sulla terra, ma il nostro unico scopo rimane quello di preservare il nostro piccolo orticello. Diffondere il seme della paura è semplice. Basta aprire il megafono incontrollato dei media e una qualsiasi balla, più o meno capziosa, assumerà immediatamente il tono della verità inconfutabile. Io ho una vicina di casa che quando è uscita la notizia che saremmo potuti essere contagiati dal virus dell’influenza, a novembre dello scorso anno, fece testamento. A 19 anni! Avrà un contagio veloce, iniziarono a dire in estate, sarà un’epidemia, corressero a settembre, una PANDEMIA, profetizzarono a inizio ottobre. Oltre al termine pandemia non c’è nulla, per cui molti si affidarono alla resa mistica. La gente era terrorizzata. Marcella, cugina di mia moglie, si fece tutti i vaccini, compreso quello per la febbre malarica, il tifo, la leptospirosi, l’ebola e la peste bubbonica. Poi poco prima di natale venne fuori la notizia che questa influenza sarebbe stata molto più lieve del previsto e che il pericolo era miracolosamente rientrato. La gente tirò un sospiro di sollievo, ma nell’armadietto aveva un arsenale farmaceutico da fare invidia alle Molinette di Torino. Ora va di moda la paura del diverso. Mio figlio l’altro giorno è arrivato a casa e mi ha confidato: “Papà, forse Claudio, il mio compagno di banco, è finocchio” Ho provato a spiegargli che qualora questo fosse vero non sarebbe poi così grave. “Minkia papà, cooooosa dici? I finocchi sono malati e contro natura!” Mi sono cadute le braccia. Ho cercato di spiegare a mio figlio che se fossero davvero malati le industrie farmaceutiche avrebbero già fiutato il business con qualche pillola contro l’omosessualità, e non mi pare che ora si possa entrare in farmacia e chiedere una pillola di “Verhom” o “Antifemminil” contro il “Finocchismo”. Ho provato a dirgli che pure volare è contro natura, ma per spostarsi velocemente si prende l’aereo tutte le volte che si vuole, senza per forza doversi mettere il lucida labbra per salire a bordo. Non ha voluto sentire ragioni. A questo punto mi chiedo: dando per scontato che queste cose non le abbia imparate a scuola e che non le abbia sentite a casa, dove cavolo le ha assimilate? Chi è questo maestro oscuro e alternativo che forma il sapere dei nostri figli? Penso di saperlo, caro dottore. In piemontese si dice: “As dis” che in italiano si può tradurre con: “Si dice in giro”. Dietro il “si dice in giro” si possono nascondere tutto un presepe di mezze cose. E’ un rigagnolo che passa attraverso tutto infettando ciò che tocca. L’università del :”As dis” non ha graduatoria del corpo insegnante, ognuno può diventare rettore. Non esistono scuole di apprendimento, il “si dice in giro” è più una libera arte che una professione. Caro dottore, lei immagina che miscela fulminante possa celarsi dietro il binomio “Paura” – “As dis”? Qualche secolo fa, alcune migliaia di povere donne furono messe al rogo per qualche “As dis” di troppo. I fatidici untori ne erano anche vittime. Io mi immagino il binomio “Paura” – “As dis”, come un rasoio bilama: la Paura taglia il pelo più lungo, l’ “As dis” ne rifinisce il lavoro. Oh tu che non la pensi come me sei un pericolo per la società e per la morale e “As dis” che mangi pure i bambini!
———— Aggiunto capitolo 7 ————-
Venerdi 21 maggio ore 19
Maledetti! Oggi i miei figli mi hanno fatto un regalo. Maledetti, ripeto. Caro diario, come si fa a maledire i propri figli che oltretutto ti hanno appena fatto un regalo?
Telo dico io come si fa, anzi te lo spiego. I cellulari per quelli della mia età sono delle trappole. Nascondo insidie ovunque; riescono a renderti più vecchio di quello che in realtà sei. Io il cellulare già lo avevo, marca TELIT, anno di produzione 1999. Andava una meraviglia. Sembrava troppo semplice ai miei figli, che con la scusa che era vecchio e ormai consumato mi hanno teso l’agguato: uno smartphone, o come diavolo si scrive, di ultima generazione: touchscreen, agenda fino al 2999, “ottimisti”, ho pensato; fotocamera 5 mega pixel, Mp3, videocamera, cazzi e mazzi. Parte dei soldi della nonna li hanno investiti così.
“Papà, è un gioiello. Oltretutto è moooooolto facile da usare” mi dice mia figlia con l’aria di chi ha preparato tutto con minuziosa cura.
Annuisco, ma intravedo il dramma. Ora, caro diario, tu hai mai visto un ragazzo/a di 20 anni avere a che fare con un telefonino? Maneggiano quei tasti come dei maestri di pianoforte, ma non hanno spartito, vanno a braccio. Digitano con una mano sms a velocità supersonica. Riescono a scrivere, parlarti e pensare a ciò che vorrebbero fare la sera. Contemporaneamente! E tu? Quelle poche volte che mi tocca mandare messaggini mi devo impostare: schiena protesa all’indietro per mantenere una certa distanza dal telefonino; occhiali a mezzo naso per vedere cosa diavolo sto facendo, 2 mani 2 sulla tastiera a mo di olivetti lettera 22, noto tipo di macchina da scrivere anni ’70, bestemmie reiterate contro quel maledettissimo T9. E poi, inevitabilmente, non scrivi mai ciò che avresti voluto dire. Mai!
“Papà, minkia guarda che figo! Hai la videocamera e così puoi fare le chiamate video con i tuoi amici!” sbraita Matteo entusiasta.
Sorrido, ma penso che mai riuscirò a fare una stregoneria del genere.
La tecnologia per i ragazzi dell’età dei miei figli è una risorsa. Per i quarantenni come me una pestilenza. Che sia chiaro, anche io come tutti quelli della mia età sappiamo usare il pc o il telefonino, ma approcciamo in modo diverso. I miei figli, per esempio, della tecnologia estrapolano l’anima nascosta. La vivono come ponteggio verso il futuro, come un cambiamento esistenziale. Io la vedo come risorsa fine a se stessa. Mando un’email esattamente come dieci anni fa avrei mandato una lettera. Loro no. Loro aggiungono elementi nuovi. Non scrivono una lettera elettronica, no. Loro chattano, si mantengo in contatto anche se non hanno nulla da dirsi; parlano in dieci contemporaneamente. Si sfidano sui giochini, ci studiano, si conoscono, vivono la tecnologia come compendio alla società. Sono veloci di dita e di cervello. Noi genitori li critichiamo, ma allo stesso tempo tendiamo ad invidiarli perché ci sentiamo superati nelle piccole sfide di ogni giorno. Non voglio fare come Ilaria, la moglie del mio amico Mario, che non perde occasione per definire i ragazzi di oggi come debosciati solo capaci a rincretinirsi davanti ad un pc. A parer mio si dimentica troppo facilmente che noi ci siamo rincretiniti con altre cose, che quelli di una generazione più vecchia della nostra ci guardavano esattamente come noi ora guardiamo i nostri figli. Non esistono, caro diario, generazioni di giovani migliori delle altre, al limite esistono generazioni che sapranno fare o non fare i genitori. E, a dirla tutta, in questa speciale classifica la mia di generazione non mi sento di farla salire sul podio.
Guardo il telefonino con la circospezione di un contadino che ha trovato un UFO nel suo campo. Ho paura pure ad accenderlo! C’è anche il libretto di istruzioni: un mattone tipo opera completa di Dan Brown, ma scritto meglio. Sarà anche scritto bene, ma in tutte le lingue del mondo, tranne una: l’italiano!
Nessun problema, non ci sarà l’italiano, ma c’è lo spagnolo! E’ simile!
A volte, caro diario, anche se si ha una laurea nel cassetto, si ragiona come quei mezzadri di inizio ’900 che scendevano a valle una volta al mese per il mercato. Per me lo spagnolo, lo ammetto con vergogna, era solo l’italiano con qualche “s” alla fine. Col cavolo! Non si capisce una mazza! E’ vero che una decina di anni fa andai a Barcellona e con gli spagnoli mi capivo con una certa facilità; ma di persona hai le mani, i gesti, gli sguardi che noi italiani interpretiamo con la maestria di Eduardo De Filippo. Letto è tutto diverso.
Bene, caro diario, se non va con lo spagnolo, mi permetto di passare all’inglese. Avevo 5 a scuola e parlavo la lingua di Alberto Sordi ne “un Americano a Roma”, ma le basi, almeno quelle, ci sono. Per Dio!
Invece cemento! Lo ammetto: anche l’inglese è cemento! Qualcosa lo capisco, molto lo interpreto in modo arbitrario, la maggior parte lo ignoro nel modo più assoluto.
Mi tocca fare pratica sul campo. Impugno ‘sto aggeggio e c’impiego 5 minuti buoni a capire da dove cavolo si accende. Bene, ora che lo schermo s’illumina provo a smanettare. Per chiamare e rispondere è facile. Verde il primo, rosso il secondo. Sono già a buon punto. Rubrica, trovata! Impostazione orologio, fatto! Archivio messaggi, c’è!
“Papà, allora? Ti piace?” mi chiede mia figlia.
“Si molto. Sto cercando di farci pratica!” rispondo candidamente.
“Guarda, ti faccio vedere una cosa. Questo telefono ha una versione aggiornata del T9. Mandare i messaggi è facilissimo, praticamente fa tutto lui!” e incomincia, a mo di dimostrazione, a scrivere un messaggio senza guardare. Le lettere, le parole compaiono velocissime. Lei ha una destrezza invidiosa. Dopo venti secondi ha scritto un tema, senza sbagliare nulla.
“Dai papi, provaci tu alla cieca. Parole semplici, è facilissimo!”
“Io preferisco guardare ciò che scrivo” provo a divincolarmi.
“Ma stai scherzando? Metti che devi scrivere mentre stai guidando, mentre guardi la tv…”
Non capisco, caro diario, quale sia la necessità di mandare un SMS mentre si è al volante. Tuttavia mia figlia non vuole sentire ragioni.
“Dai papà, daaaaaaaaai…”
Guardo per l’ultima volta la tastiera, e poi parto a memoria.
“Ciao Paolo, ho un telefono nuovo e lo sto provando” questo il testo del messaggio che ho inviato al mio amico Paolo.
Mi sento alquanto orgoglioso di aver superato brillantemente la prova del messaggio “No Look”, come lo chiama mia figlia Marta.
Quattro minuti dopo sento fischiettare il mio nuovo giocattolo. E’ Paolo che mi risponde con queste parole: “Ciao Luca, scusa ma non ho capito, sono ancora un po’ indietro con la comprensione del copto egiziano”
Che c’entra il copto!? – mi chiedo. Guardo nei messaggi inviati e leggo le parole che avevo mandato effettivamente al mio amico: “Acjl Qbomt, gi um vbrthdpb f yo rpmvcmdh”
E mi viene da piangere…
Sabato 22 maggio ore 15
Al cinema. Oggi pomeriggio si va al cinema. Io e mio figlio Matteo, due uomini a vedere un film da veri uomini. Tutto era nato qualche giorno prima. Mio figlio era venuto a chiedermelo: “Papà andiamo sabato al cinema?” mi aveva domandato candidamente. Io al cinema non vado da anni, non mi piace, trovo che l’intimità di un film non vada rovinata in mezzo all’altra gente. Ritengo irritante condividerne le emozioni.
“Che film vorresti andare a vedere?” chiedo cauto.
“Ne danno una bellissimo all’Elios: Il corpo di Jennifer!” mi spara tutto d’un fiato.
Rimango perplesso. Non mi sembra proprio un titolo per film per ragazzi.
“Non per fare il difficile, ma che film sarebbe?” provo a sondare.
“Un thriller troppo figo. Daaaaaaaaaaaaaai papà, piacerà anche a te. Dai dai!”
Lo so, sbaglio, cedo troppo in fretta. Ma tant’è!
Si entra al cinema che sono le tre meno dieci. Un problema piuttosto grosso di presenta quasi subito: il film è vietato ai minori di 18 anni. Incomincio a capire. Quel gran figlio di buona donna ecco perché ha insistito tanto affinché lo accompagnassi. La cassiera è una mia vecchia amica.
“Matteo con un titolo del genere e il divieto ai minori, ‘sto film mi convince sempre meno…” provo a protestare ancora prima di fare il biglietto.
Manco mi ascolta, una volta avuto il lascia passare è già dentro dopo avermi lasciato da pagare un catino di popcorn e una betoniera di coca cola.
Ora, caro diario, io non voglio fare il sofisticato, ci mancherebbe, tuttavia non capisco cosa attiri tanto i giovani da film del genere. Non voglio tornare ai ricordi di film western, in cui per anni ci siamo identificati nei nordisti, per poi capire, anni dopo, che i veri eroi, il più delle volte, erano quelli con le penne sulla testa e i cavalli pezzati. Oppure sognanti con la serie di Rocky. Ricordo ancora la proiezione del terzo episodio. Era il 1982, un pomeriggio fresco di maggio al cinema parrocchiale del mio paese. Alla fine del film eravamo talmente eccitati che nella piazza si scatenò una rissa tale che qualcuno passò la serata all’ospedale. Tutti si sentivano Rocky e tutti erano nel dovere di provare nella realtà ciò che avevano appena scoperto nella finzione.
“Il corpo di Jennifer” non è un film! E’ un concentrato di macelleria messicana, condito con vomiti satanici, sesso mal celato e doppi sensi da carcere “Ucciardone” di Palermo. La trama è semplice: la più bella di una scuola superiore (che bella effettivamente è), incontra dei ragazzi che le iniettano un potere satanico. Da quel momento lei va in giro a squartare gente. Punto!
Ho passato più della metà del film facendo finta di nulla, ma senza guardare. Io mi spavento! Non mi vergogno ad ammetterlo. Che cavolo di piacere può esserci nel rimanere in tensione per due ore?! Nel provare ribrezzo, batticuore, orrore, schifo?! Guardo mio figlio: non fa una piega. Continua a sgranocchiare popcorn con l’aria di chi quelle cose le ha già viste migliaia di volte. Non prova emozioni. Ha l’espressione del medico legale che apre e richiude corpi con la sicurezza del meccanico che cambia l’olio al motore.
Provo a chiedere: “Matteo ti sta piacendo ‘sto film?”
Mi grugnisce qualcosa del tipo: “Bah, mi sembra una stupidata. Tutto scontato”, proprio mentre la protagonista sta per squartare con un’ascia bipenne il ventiquattresimo malcapitato.
Quando finalmente finisce il massacro, ce ne andiamo. Un altro spettacolo tuttavia sta per andare in scena. Nel parcheggio antistante il cinema ci si ritrova per il commento del film. E’ una tradizione. Ci sono tutti i compagni di scuola di mio figlio, chiaramente tutti quindicenni che hanno usato i propri genitori per abbattere il divieto di quella pellicola. Da una parte i ragazzi con l’aspetto di chi ha passato due ore tra la noia e la scontatezza, dall’altra noi genitori con gli occhi fuori dalla testa e le palpitazioni. Loro quella sera stessa rimarranno impassibili davanti alla playstation, noi a dormire con l’abatjour accesa per paura che Jennifer venga a farci visita.
Domenica 23 maggio ore 19
“Papà che ne diresti se mi facessi un tatuaggio?”
“Marta te lo faccio io il tatuaggio: cinque dita stampate in faccia. E te lo faccio pure gratis!”
Se ne va sibilando un qualcosa che ricorda vagamente “Sei uno stronzo”
I tatuaggi no. Mi va bene tutto: orecchini, piercing, scapigliature varie, ma i tatuaggi proprio no!
Ora, senza voler mettere in mezzo Cesare Lombroso, penso che marchiarsi per tutta la vita con un simbolo effimero equivalga a volersi male. Il corpo cambia e i tatuaggi con loro. Ciò che poteva sembrava sfizioso a 20 anni, diventa ingombrante a 40 e ridicolo a 60. Conviviamo con una sub cultura che tra mezzo secolo verrà ricordata come la generazione di ottantenni con il tribale sul culo. Ma che senso ha? Poi basta accendere la TV e ti accorgi che tutto nasce da lontano. E siccome la televisione ricopre il modello intellettuale/sociale/culturale/commerciale della nostra vita di tutti i giorni, ecco che si spiegano molte cose. Ma non solo i tatuaggi; pure gli interventi chirurgico estetici. Se un calciatore è ricoperto di disegni e scritte, mi fa schifo; se una donna ha le labbra che sembrano due canotti, mi fa pena. Tutto ora deve far parte di uno spettacolo. Ma questo tocca pure il vivere quotidiano. Tatuarsi un nome sul braccio, per esempio, che vuol dire?! E un tribale? I tribali poi sono straordinari. Tutti con ‘sti cavolo di disegni stilizzati che se gli chiedi che vogliono dire, ti rispondono tranquillamente: “Cazzo ne so, ma e me piace!” E comprati un quadro allora, un tappeto, un poster. E’ come se io fossi amante della Gioconda e andassi in giro con il quadro stampato sulla schiena. Ma poi non ha senso; i tribali ricoprono un’importanza fondamentale tra le popolazioni di Samoa, del Borneo, di atolli sperduti del Pacifico, non per un bancario di Belluno o per una parrucchiera di Terni. Anche perché se un bancario di Belluno o una parrucchiera di Terni incontrasse davvero uno del Borneo chiamerebbe la polizia. E’ la cultura multi etnica, che ha prodotto figli, ma sopratutto figliastri. Siamo cittadini del mondo: mangiamo come i cinesi, ci vestiamo come gli arabi, danziamo come i caraibici, parliamo come gli americani, ma se vediamo qualcuno un pelo diverso da noi, cominciamo ad aver paura che ci possa rubare in casa. Siamo cittadini del mondo al contrario.
Tempo fa andai a vedere un saggio di danza caraibica nel mio paese. Alla fine mia moglie mi chiese se mi fosse piaciuto. Provai a mentire: “Sìììììììì, bellissimo!!!”. Poi, siccome non so raccontare troppo bene le balle, le dissi il mio pensiero: “Vedi cara, io penso che la musica sia anche la colonna sonora di un luogo. La musica popolare nasce spontanea per irradiarsi nell’etere e riscendere sulla terra, per poi imitare le radici che si conficcano nel terreno per risucchiarne la linfa. Se questo merengue fosse stato danzato al tramonto su una remota spiaggia domenicana sarebbe stato una cosa, in piazza del mercato delle vacche con l’insegna sullo sfondo della banca popolare di Novara, perdonami, è un’altra” Mi girò le spalle e dopo un anno si infatuò di un finto domenicano. Il massimo della coerenza.
Mia figlia ora si vuole fare il tribale sopra le natiche. Mi sento uno sconfitto. Ma per quanto la mia delusione sia grande, non potrò mai arrivare a competere con il mio amico Leonardo. Sua figlia, che ha l’età della mia, un bel giorno ha comunicato che aveva intenzione di rifarsi il seno una volta raggiunta la maggior età. A 18 anni?! Leonardo ne ha fatto una malattia. Ha consultato medici, avvocati, ma tutti gli hanno risposto: “Avrà 18 anni, e per la legge è maggiorenne. Non puoi impedirglielo!”. Ho parlato l’altro giorno con la moglie del mio amico che mi ha confermato che la decisione della ragazza è presa. Non c’è modo di farle cambiare idea. “Non lo faccio per una questione estetica, lo faccio per una questione psicologica”, va dicendo la giovine. Io fossi in Leonardo mi incazzerei come un caimano. Non tanto per le tette rifatte, quanto per la giustificazione. Lo so, caro diario, sono estremo a volte, ma mentire a se stessi è un’aberrazione. Che vuol dire che lo faccio per una questione psicologica? Non esiste confine tra la questione “psicologica” e quella “estetica”. “Mi rifaccio, piaccio di più e quindi sto meglio!”. Lo stare meglio è figlio del piacere di più. E’ questa l’essenza. Perché nello show della vita quotidiana dobbiamo ritagliarci uno spazio. I riferimenti quotidiani ci dicono che non possiamo rimanere indietro. Vedi donne fatte con lo stampino: labbra, naso, tette, liposuzioni, tutte uguali. Gli uomini non sono da meno. Non sanno mangiare con la forchetta, ma fanno 3 lampade a settimana e vanno in palestra 7su 7. Belli, istrionici, abbronzati, poi contano le tabelline con le mani e le uniche cose che hanno letto nell’ultimo anno sono i menù delle apericene. Ma ti guardano dall’alto in basso; siamo nell’Italia dell’apparenza; non siamo ciò che siamo, ormai impersoniamo ciò che ci piacerebbe essere. Ma a raschiare il fondo del barile si trova soltanto segatura, quella che a volte serve per ricoprire la merda che ci circonda.
—————————- 9 – 10 ————————————–
Caro diario, a volte mi sembra che le cose sgradevoli le veda solo io. L’altro giorno in televisione, tra una pubblicità e l’altra, mi è capitato d’imbattermi in un talk show di quelli che sono di moda in questo periodo. Sono rimasto per 20 minuti inebetito davanti al video con gli occhi della mucca che vede passare il treno. Non posso pensare che qualcuno creda ancora a questo genere di programma. Uno studio, una conduttrice finta come la plastica, 5 o 6 ospiti, tutti mezzi vip, di quelli che fanno di tutto per dimostrare che non sanno fare niente. Il tema della puntata: la lite tra X e Y in una puntata di un famoso reality. Ora caro diario dirò una cosa che magari sembrerà scontata: Babbo Natale non esiste. Appurato ciò, posso affermare con la stessa convinzione che i reality sono finti come Babbo Natale. E’ uno spettacolo. E’come il wrestling, quello che Matteo guarda con tanto entusiasmo, in cui i lottatori fingono di darsi botte. Anche un bambino capirebbe che devono fingere per forza, altrimenti si ammazzerebbero sul ring. E’ uno spettacolo, forse di dubbio gusto, ma quello rimane. Invece la stessa convinzione nella mente della gente non c’è quando si parla si reality. Io mi sono chiesto molte volte perchè lo spettatore venga attirato da queste sceneggiate. Non c’è nulla che possa effettivamente coinvolgere la visione: dialoghi scontati, tresche già intutite, litigi preconfenzionati. Insomma, tutto già visto. Eppure milioni ad ogni puntata s’appiccicano alla TV. Io mi sono fatto un’opinione, grazie anche alla testimonianza di mia figlia.
Qualche giorno fa al telegiornale di una nota TV commerciale, che oltre a confondere la curiosità pruriginosa del pubblico con la notizia, mistifica pure ad arte la realtà, è andato in onda un servizio che riassumeva le puntate precedenti del suddetto reality. Lì ho notato l’atteggiamento coinvolto di mia figlia, che alla fine ha esclamato: “Minkia, ma se ci va quella lì che non sa dire che puttanate, posso andarci pure io…”
Mi si è illuminata la lampadina: ecco, il punto sta proprio lì. Lo spirito di assimilazione, di atteggiamento empatico. Una volta si sarebbe risposto: “Quella è un po’ stupida e quindi cambio canale perchè odio la stupidità”. Ora il contrario. Chiarisco: se io in televisione vengo esclusivamente messo in relazione con un genio; chessò, un musicista virtuoso, un premio nobel, un campionissimo dello sport, la mia visione rimane esclusivamente passiva. Se invece in televisione metto le veline, nuova figura di ragazza bella, ma non magnifica, che sa ballare con l’agilità di un boiler, e recita con la voce di clarabella di topolino, ecco che posso immedesimarmi nel personaggio. Il concetto che prende è sempre lo stesso: se ci sono loro, potrei esserci tranquillamente pure io. E’la nuova opportunità per tutti. Non ci sono requisiti: basta non aver requisiti (tranne, bene insteso, le raccomandazioni. Quelle servono sempre). Da questa base possono nascere i peggiori virgulti. Io me ne ero già accorto qualche tempo fa guardando i programmi dei quiz. Premetto che raramente li apprezzo, non lo facevo ai tempi di Mike Bongiorno, continuo a non farlo ora. Ma qualcosa ha cominciato a cambiare proprio da queste trasmissioni. Un tempo c’era l’espertone, un fenomeno che, scelto un proprio argomento, snocciolava risposte con la stessa sicurezza con la quale Calderoli dice quotidianamente le sue fesserie. Rimanevi a bocca aperta per tutto il tempo, non capacitandoti di come quel tizio riuscisse a ricordare quel ben di Dio. Ora è diverso: ci va la gente comune, quella che ha una cultura media, esattamente come noi. Ed è per questo che rimaniamo incollati alla televisione improvvisando sfide con i propri parenti stretti. Sono le gare delle brutte figure; in genere i figli battono i padri, i quali quando sanno la risposta la declamano con la prosopopea propria di Capezzone, quando la ignorano fingono di fare il caffè. Ma sono le domande ad essere straordinarie: “Signora Bianchi, si concentri e non risponda in fretta: la capitale della Francia è: A) Belgrado B) Ulan-Bator C) Khartoum D) Parigi?” Ora la cosa rabbrividente sono gli atteggiamenti del concorrente. Qualcuno con modestia risponde la D e buonanotte ai suonatori. Qualcun altro rende omaggio ad Andy Wharol: “Ognuno di noi ha diritto a 15 minuti celebrità”, e comincia la sua filippica con l’autorevolezza di Plank quando enunciò la scoperta della teoria dei quanti: “Allora, Belgrado mi sembra che sia nell’ex jugoslavia, Ulan-Bator non penso sia in Francia, ma potrei sbagliarmi; Khartoum non è un nome nuovo, lo collocherei in Africa. A questo punto per esclusione direi la D, Parigi!” Per esclusione?! Cazzo, rispondi Parigi e falla finita, idiota! Ogni volta m’incazzo come un rinoceronte. Ma non finisce qui. La parte più deliziosa rimangono i saluti. “Saluto tutti quelli che mi conoscono!” Ma cosa minchia vuole dire?! E allora perchè non salutare tutta l’umanità, oppure papa Benedetto XVI o anche solo gli abitanti delle Marche?
Mi aspetto che un giorno o l’altro anche mia figlia Marta arrivi a casa e mi comunichi che intende partecipare al grande fratello. E che lo faccia non perchè si senta pronta o perchè abbia qualcosa da dire, ma semplicemente perchè se c’è andata quella, ci può andare pure lei. E a quel punto mi toccherebbe andare pure in studio in diretta con la Marcuzzi che mi chiederebbe: “Sua figlia nella vita di tutti i giorni com’è? Ci dica, ci dica…” Cosa potrei o dovrei risponderle? La classica “E’ una ragazza buona o sensibile” oppure “E’ un po’ biricchina” ridacchiando come un idiota. Ho deciso: se mai la Marcuzzi mi chiedesse una cosa del genere le risponderei: “Lei è brava e pure intelligente, sono io che sono un minchione che non so fare il padre” E poi aspetterei di vedere la faccia della Marcuzzi che imbarazzata manda la pubblicità!
Martedì 25 maggio ore 17
“Buongiorno Dottore. Oggi mi sento un poco strano”
“Ne parliamo un po’, Signor Tebaldi?”
“Mi è tornata la nostalgia. Ma non di mia moglie, quella assolutamente no, però mi sento strano. Forse è perchè per la prima volta ho la consapervolezza di non essere più come vorrei, di non focalizzare il futuro, il domani. Ho ripassato l’età dell’adolescenza, gli anni delle illusioni, quelli che non ritornano. E’ solo per la smania di voler sempre relazionarmi ai miei figli. E’ una battaglia persa. Siamo ed eravamo davvero troppo diversi. E’ normale, magari pure giusto. Dottore è da un po’ di giorni che non faccio altro che a pensare a due film che hanno segnato la mia fanciullezza. Li ho pure rivisti. Il primo è del 1981, avevo 13 anni. “Il tempo delle mele”, film francese. Se lo ricorda?”
Il dottore non risponde, ma gli intravedo un sorriso. E’ chiaro che pure lui si è formato con quel genere di pellicole.
“Una storia semplice semplice: due ragazzi nell’età delle medie s’incontrano e si piacciono, Tutto qui. Un film come quello ora sarebbe dileggiato in mille modi, ma per noi, gente dell’altro secolo, rappresentava la speranza. Ma io dottore, non ero come i miei compagni, no, io ero ai margini di questo rinnovamento. Ai tempi facevo nuoto agonistico, io insieme ad una ventina di ragazzi tutti più o meno della mia età. Sono gli anni delle prime cotte, dei sentimenti che non hai mai provato e che non sai dove ti porteranno. Ma sono i primi e sono i più puri. Le palpitazioni, le illusioni, i giorni contati in vista del prossimo appuntamento, le intercessioni degli amici. “Il tempo delle mele”, era tutto questo. Ma io ero diverso dagli altri. Ero semplicemente timido. Se gli altri mi confidavano che piacevo ad una ragazza, io mi schermivo dando l’impressione che non m’interessasse. Mi muovevo come qui cowboy tutto dovere e giustizia, lasciando agli altri l’ebrezze ormonali. Un coglione, per usare un termine tecnico-scientifico. Ero “Il cavaliere pallido”, titolo di un famoso film di e con Clint Eastwood. Anche qui un film dalla trama piuttosto semplice: un pistolero, metà cowboy, metà predicatore, s’imbatte per caso in un villaggio di poveri minatori che sono vessati dal signorotto locale. Il bel tenebroso allora si schiera dalla parte dei più deboli e uccide uno ad uno tutti i cattivi. L’ultima scena del film vede il protagonista abbandonare il villaggio al tramonto con la bella di turno, che nel frattempo si era innamorata di lui, piangere lascrime amare. Tutto già visto, lo so, ma ognuno di noi si muove all’interno dei riferimenti che si sceglie. E io mi ero scelto lui: “Il cavaliere pallido”. L’uomo dal quale non trapelano emozioni, che non si concede, che pensa solo al bene e alla giustizia. Lo so dottore, ero un povero scemo, rincoglionito da una pelliccola che non dava il senso alla realtà. La cosa che sconvolge è che pensavo proprio come avrebbe pensato il mio mito cinematografico. Quando uscì “Il tempo delle mele” ci fu una rivoluzione epocale. I miei coetanei, lasciati Gig robot d’acciaio e le capriole di Actarus, disegnavano nuovi futuri, accompagnati da ragazze che fino a qualche mese prima avevano visto come la parte scema del genere umano.
E io dall’altra parte vivevo questa rivoluzione aggrappato al mio cavallo e al cappello dalle larghe falde. Il cambiamento ormonale l’ho vissuto da spettatore. Quando i primi raccontarono agli altri i momenti topici de “il tempo delle mele”, tutti si precipitarono al cinema per diventare grandi. Tutti! Solo uno, tra gli adolescenti del periodo, non aveva visto quel film: io! Sentivo quotidianamente teorie astruse sull’amore e sul sesso. Domenico, mio carissimo amico dell’epoca, un giorno mi confidò una notizia che aveva appreso dal cugino, diciasettenne: “Luca, ma tu lo sai che la prima volta che fai l’amore con una ragazza, subito dopo ti viene la febbre a 40?” Mano a mano che la notizia prendeva piede, s’aggravava. A Paolo disse che oltre alla febbre, arrivava un non meglio specificata patologia che ti riempiva la faccia di brufoli. Che divennero bubboni poco dopo, per poi arrivare ad una specie di ebola e leptospirosi incorociate con la peste nera. “Minchia – pensavamo – speriamo di non fare mai l’amore con nessuna ragazza!”, era la tesi più sposata. Non avevamo capito una mazza. Ma io quel film, per Dio, volevo vederlo. Che poi la trama in sè contava poco. Si aspettava solo quel momento: la scena delle cuffiette. Il resto era solo un contorno, una cornice. Tutto era concentrato in qui 3 minuti di film. In una festa come si facevano allora, ovvero a casa di quello che aveva i genitori più moderni, si sviluppava il momento pregnante che ci avrebbe fatto crescere: in un momento in cui tutti ballavano un motivo scatenato, lui si avicinava a lei e, appoggiatele le cuffie di uno dei primi walkman, partiva un brano strappabaci che i due avrebbero ballato abbracciati tra lo stupore degli astanti. Tutto si racchiudeva in quella scena. La sentii raccontare in mille lodi diversi. Le ragazze in generale e Barbara in particolare quel film lo avevano visto decine di volte. E allora mi decisi: sarei andato anche io al cinema a vedere “la scena delle cuffiette”. Ma non potevo farmi vadere da tutti, io che ero il difensore dei deboli e dei vessati. Studiai un piano: “ci andrò di lunedì sera, all’ultimo spettacolo”, pensai orgoglioso. Quel lunedì sera uscii da casa alle 21, parcheggiai il cavallo ad un chilometro dal cinema e mi avviai intabarrato come un miliziano di Hamas per le vie di Tel Aviv. Entrai al cinema che lo spettacolo precedente diveva ancora finire. Mi sedetti nelle ultime file e aspettai quella scena. Eccola: la festa, la musica… Straordinaria. Pelle d’oca, lacrime agli occhi. Era esattamente come l’avevo sentita descrivere mille volte. Uscii dal cinema e smisi i panni del pistolero solitario, vestendo quelli dell’adolescente infoiato. Sono passati anni dal allora, ma mi creda Dottore, il cinturone e la fondina non li ho buttati. Sono su in solaio, pronti per un nuovo giro”
to be continued….
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Dopo un bel po’ di inattività rieccomi col nuovo blog.
Partiamo dai miei monologhi: Il villaggio dei nani (pubblicherò qui la versione su carta dello spettacolo), i nuovi: 22-06-1983 – il caso Emanuela Orlandi; Una serata con il mostro – la vicenda del mostro di Firenze; Inchiesta su Gesu.
Riparleremo dei miei romanzi della serie di “Marcos”, della probabile continuazione de “Il cerchio del lupo”, ma anche di politica, musica, società, calcio….
Seguitemi che ne vedrete delle belle…
Ciauz